Le città italiane si presentano come una tela di un quadro che il tempo ha lacerato in più punti impedendone, così, una visione unitaria. 
Il disegno raffigurato e’ frutto di una serie di scelte urbane ed architettoniche che nel tempo si sono stratificate e che testimoniano le diverse culture che le hanno realizzate.
Come gli strati di una torta è possibile riconoscere le diverse epoche che si sono succedute e che hanno lasciato quasi sempre segni coerenti ed ammirevoli fino al nostro tempo, il cui inizio prende le mosse dalla fine della seconda guerra mondiale. Da questo momento, infatti, la secolare e rinomata storia urbanistica delle città italiane, fondata su una pianificazione legata indissolubilmente alla cultura e alle esigenze di quello specifico ed unico luogo, si è bruscamente interrotta, lasciando nelle mani della scienza moderna  la matita con la quale continuare a disegnarne lo sviluppo. L’Urbanistica, infatti, nasce nel tempo moderno come una scienza capace di costruire le città con regole che “devono“ essere applicate in qualsiasi luogo, a qualsiasi latitudine e su qualsiasi realtà preesistente. La scienza, infatti, ha il compito di trovare una ed una sola soluzione capace di soddisfare e risolvere un numero sempre più ampio di casi al di là della cultura e della storia di quello specifico luogo. 

In questo modo appare immediatamente paradossale che le norme urbanistiche che regolano la città di Milano possano essere le stesse per il comune di Canicattì. La storia ed il lavoro del genius loci, che faticosamente, nell’arco di un tempo lunghissimo, hanno fondato quelle città, indissolubilmente legate ai luoghi nelle quali si realizzavano, vengono trascurati e completamente tralasciati favorendo la completa perdita di quella poesia che ha reso unica ogni singola città italiana. Va ricercato in questa frattura il motivo per cui in ogni tessuto urbano del nostro Paese è possibile individuare con facilità il perimetro entro il quale si sviluppa il cd. centro storico che, a sua volta, si distingue inequivocabilmente dall’altra parte della città che definiamo convenzionalmente “moderna”. Quest’ultima si riconosce non solo per l’utilizzo di tecnologie tanto diverse ma soprattutto  per l’uniformità delle soluzioni che la scienza urbana ha calato sui territori con manufatti  preconfezionati e decontestualizzati. Tutto questo, sommato alla speculazione edilizia favorita da una politica cieca ed opportunistica, ha realizzato un panorama urbano che si presenta come una cicatrice sul nostro meraviglioso territorio (docufilm “La forma della città” Pierpaolo Pasolini).

Al contempo lo sviluppo industriale, che aveva accompagnato la crescita di molte città, ha subito negli ultimi anni una decisiva contrazione per cui intere aree, più o mene periferiche, si sono trasformate in nuovi “spazi urbani vuoti” conseguenti  allo smantellamento di un apparato industriale fallito a seguito dell’apertura dei mercati nazionali al resto del mondo. 

Quartieri dormitori, aree verdi pubbliche sempre meno diffuse e non attrezzate, consumo indisciplinato del suolo agricolo nelle zone periurbane, mancate infrastrutture di collegamento tra il centro e le periferie, soluzioni formali altamente discutibili della maggior parte degli edifici realizzati (case da manuale progettate da troppe figure professionali), sono solo alcuni dei macro errori commessi da pianificatori/amministratori/legislatori in nome di un’urbanistica  dogmatica, sorda alle reali esigenze dei cittadini  e cieca alla devastazione che si stava perpetuando ai danni della natura.

In un’ intervista, realizzata nel 2003 al Centre Pompidou di Parigi, si chiedeva all’architetto Giancarlo De Carlo, appassionato sostenitore dell’architettura partecipata, chi dovesse “decidere della città”. La risposta non lasciava adito ad alcun dubbio: “l’opinione pubblica…” e continuando affermava che “gli architetti hanno un ruolo importante, perché possono smuovere e alimentare questa opinione…”. Essi possono produrre idee sulla forma della città, progetti che, anche se non realizzati, resteranno, se di particolare qualità, nell’immaginario collettivo e, col tempo, finiranno per condizionare lo sviluppo di quel luogo. Citando il suo Piano per il centro storico di Rimini, De Carlo paragonava queste idee agli aquiloni, che rimangono nel cielo e che diventeranno punti di riferimento per le persone dando loro la possibilità di confrontarsi, criticare e discutere.

Gli architetti possono molto ma non sarà possibile parlare di urbanistica sostenibile fin quando la politica non ritornerà ad essere in grado di alimentare e smuovere l’opinione pubblica verso un senso di appartenenza alla comunità. 

L’ascolto attivo deve essere quindi uno degli strumenti fondamentali attraverso il quale raggiungere  tre importanti obbiettivi:

  1. riconsegnare ad ogni cittadino la responsabilità della crescita e della conservazione della propria città;
  2. alimentare quel Senso Civico senza il quale il rispetto dello spazio extra domestico non potrà mai realizzarsi;
  3. sottrarre alla politica  uno strumento di realizzazione di interessi personalistici.

Superare il metodo scientifico con il quale si sono pianificate le città dal dopoguerra in poi significa, quindi, ripensare la loro progettazione  rifacendosi ad un approccio umanistico di cui l’ascolto attivo dei cittadini e la comprensione delle  infinite differenze che presenta il panorama urbano devono rappresentarne due imprescindibili elementi. 

Il complesso e ricco patrimonio urbanistico italiano è composto da una piccola parte di città-metropolitane o centro di servizi e da  un mosaico molto più esteso di piccole realtà localizzate soprattutto nelle zone interne, che risultano detentrici di un tesoro naturalistico e culturale inestimabile, il quale non può essere disperso per cui si impone un’  attenta riflessione sugli strumenti utili alla regolamentazione degli interventi realizzabili. Così come accade nella medicina, che è sempre più protesa alla soggettivazione delle cure in considerazione delle differenze che contraddistinguono un paziente dall’altro, anche in ambito urbanistico gli strumenti attuativi devono avere la possibilità di considerare le enormi differenze che contraddistinguono realtà locali tanto diverse fra loro come il precitato esempio di Milano e Canicattì.

Affrontare il progetto da questo punto di vista significa porre di nuovo al centro dell’attenzione non solo l’uomo (come già fatto anche dal Movimento Moderno) ma l’ uomo in quanto parte di una comunità che si relaziona all’ambiente che lo ha accolto e con il quale risulta necessario innescare un virtuoso processo di integrazione e non di sopraffazione.  Per questo è necessario, altresì, affrontare la questione in maniera multidisciplinare così da avere una visione ampia e completa. 
In questo modo si supera il catastrofico metodo della zonizzazione secondo il quale la città è stata pianificata in aree funzionali. Grazie a quest’ultime si sono realizzati quartieri che non risultano completi nei servizi e che spesso si sono tradotti in veri e propri ghetti nei quali il senso di abbandono e di separazione dalla parte “buona” della città ha avuto catastrofici risvolti dal punto di vista sociale. Superare questo metodo significa altresì accedere ad una approfondita rivalutazione del rapporto tra il costruito e la natura, tra lo spazio privato e  lo spazio pubblico, tra il limite delle città ed il suo intorno. 

In particolare la riconsiderazione dei confini urbani significa ripensare in maniera sostanziale l’approccio da avere su quella fascia più esterna che rappresenta l’ideale confine tra la campagna e l’urbe (Pierre Donadieu parlerebbe di “campagna urbana”),
Questa parte, che fino ad oggi ha rappresentato solo una potenziale nuova
superficie di speculazione edilizia, deve diventare protagonista nel processo di evoluzione della città. Non più elemento distante ed indipendente  dall’urbe ma parte integrante di quel nuovo sistema di spazi pubblici e privati che attraverso gli interventi previsti dal piano realizzano un nuova forma di ecologia influenzata tanto dalla cultura urbana quanto da quella rurale. Risulta necessario, in sintesi, innescare il processo contrario a quello che ha distrutto le città fino ad oggi. La campagna deve  riconquistare lo spazio che la  città gli ha sottratto innescando con essa nuove relazioni in grado di ricomporre quel disegno unitario su quella tela che la cieca fiducia nella moderna scienza urbana  e la speculazione era riuscito a frammentare.

E’ necessario riferirsi a modelli  di aggregazione urbana che mettono profondamente in discussione gli stereotipi utilizzati nella costruzione delle città moderne superando, in primis, il concetto di megalopoli e di zonizzazione, indicato dal 

Su questi presupposti si forma una nuova e rivoluzionaria idea di città che al di là della sua dimensione demografica e territoriale si compone di una serie di micro/multi centri (dimensionati sulle condizioni morfologiche, demografiche di quartiere, ecc.). Questi dovranno essere autosufficienti da più punti di vista: idrico, energetico, alimentare, sanitario, ecc. e connessi l’uno con l’altro in maniera da creare un network funzionale in grado di mantenere sempre in equilibrio il macro/multi sistema “città”. 

Ogni “Centro” deve essere inteso non come un semplice agglomerato urbano ma come una “comunità” di persone ( con delle deleghe nella gestione funzionale dei quartieri di cui è composta) all’interno di un specifico ed unico territorio, in grado di alimentare quel senso di appartenenza, di solidarietà e di spirito civico senza  il quale la crescita e la conservazione  della città non è sostenibile.

Il modello di riferimento è quello delle tante comunità che erano il cuore pulsante delle aree interne del nostro paese e che anche per la scarsità di mezzi di collegamento, si rendevano il più possibile autosufficienti dai grandi centri urbani, ai quali si relazionavano solo per alcuni servizi che non erano in grado di soddisfare. 

Ogni nuovo “Centro” deve essere dotato di sistemi di produzione e accumulo di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili  così come di acqua sanitaria e potabile prodotta dalla depurazione di quella meteorica o dal trattamento di quella reflua, incentivando il sistema della  fitodepurazione così da realizzare un nuovo legame formale e funzionale con il panorama rurale. L’acqua prodotta ed accumulata oltre a coprire un’ aliquota sempre più alta del consumo domestico deve servire per alimentare un sistema diffuso di  orti in grado di soddisfare una parte della richiesta di generi alimentari ortofrutticoli di zona. 

Nel panorama delle città italiane, che come abbiamo detto in precedenza si presentano  già ampiamente costruite, i sistemi di produzione energetica, idrica e agricola, lì dove non trovassero spazi liberi utili al loro insediamento (nelle grandi città in particolare) devono essere integrati agli edifici esistenti, impegnando quella superficie che ogni città può vantare ma che risulta quasi mai utilizzata. 

I terrazzi piani degli edifici, che rappresentano la proiezione dell’intera  superficie occupata dalla pianta di ogni manufatto, risultano essere gli spazi più adatti dove collocare questi nuovi impianti. In questa maniera ogni manufatto urbano esistente o di nuova costruzione deve essere inteso come una “micro centrale produttiva”.

Da ciò il sistema città si compone di elementi secondari che declinano fino al singolo edificio che diventa uno di quegli atomi che collaborano alla costruzione ed al funzionamento della molecola (micro/multi centri) che è parte integrante dei cromosomi (città) che costruiscono il DNA dell’intera nazione. 

Per questo è necessario realizzare uno screen degli edifici che compongono il panorama urbano delle nostre città, così da valutare quanto possa essere più opportuno favorirne una ristrutturazione o il loro abbattimento/ricostruzione. L’invecchiamento del cemento armato ed al contempo l’obsoleta concezione funzionale con cui sono stati pensati, infatti, spesso suggerisce anche in termini di convenienza economica la scelta dell’abbattimento piuttosto che quella della ristrutturazione in quanto quest’ultima comunque restituirebbe ai suoi proprietari un edificio  datato e di minor valore. 

Il dimensionamento dei  nuovo micro/multi “Centri” è quindi realizzato considerando: 

  • il numero di edifici che possono rientrare nella catena di produzione e conservazione delle risorse primarie; 
  • le relazioni già esistenti  e storicizzate di parti di quartieri;  
  • la morfologia dei luoghi; 
  • la possibile realizzazione di una comunità fondata sulla promiscuità sociale e razziale. 

Ogni nuovo “Centro” deve essere dotato o implementato con servizi pubblici/privati in grado di soddisfare le molteplici esigenze delle famiglie residenti in quella zona, così da diminuire anche il flusso di spostamento che all’interno delle grandi città appare sempre di più insostenibile: 

  • un sistema sanitario di primo intervento, con particolare attenzione ai servizi di assistenza per bambini ad anziani, al quale fare riferimento prima del sistema ospedaliero centrale; 
  • nuovi o implementati poli scolastici in grado di assicurare l’istruzione, almeno, fino alla scuola secondaria di primo grado, che devono essere abbinati a centri sportivi, aggregativi, bibliotecari, ecc. così da diventare il cuore di tutte le attività comunitarie che è motore e garante della buona riuscita del progetto; 
  • un razionale dislocamento degli uffici amministrativi comunali nei diversi micro-centri così da favorire comunque un minimo di scambio e movimentazione, garantita da un sistema di mezzi pubblici elettrici, che favorisca anche una vivacità economica a sostegno delle attività commerciali di zona. 

Questo nuovo sistema urbano supera in un colpo il rischio di realizzare aree contraddistinte dalla carenza di servizi note come  “dormitorio” dove all’ enorme quantità di edifici solo residenziali corrispondeva un vuoto funzionale e pubblico insopportabile. 

Per realizzare questo progetto urbano è necessario ripensare completamente gli strumenti urbanistici che ad oggi regolano gli interventi sulle città introducendo nuovi modelli molto più snelli ed in grado di favorire valutazioni, già in prima istanza, tanto sulla grande quanto sulla piccola scala. 

La costruzione delle nostre magnifiche città “storiche” si fonda infatti su visioni urbane anche di grande dimensione ma soprattutto su singoli interventi architettonici che hanno cucito in maniera dettagliata ogni parte secondo soluzioni funzionali e formali uniche e perfette per quel specifico luogo. 

Con questo approccio e attraverso l’utilizzo di nuovi strumenti legislativi il concetto di multi/micro “Centro” si adatta alla contingenza specifica di quel determinato luogo, e non viceversa, segnando così un solco  rispetto alle attuali regole di formazione dei piani.

Non sarà, per esempio,  obbligatorio individuare  le zone da destinare ad un fantomatico sviluppo industriale in un territorio senza alcuna vocazione del genere, ma lo sarà invece sicuramente individuare gli interventi necessari a  garantire un’ autosufficienza sempre più ampia in termini energetici, idrici  ed alimentari, favorendo così lo sviluppo di iniziative imprenditoriali utili al raggiungimento di questo primario obbiettivo.