Perché l’Italia ed il resto dell’occidente non crescono?

Per capire il reale motivo bisogna andare ad analizzare quali fattori influenzano la crescita: la demografia e la tecnologia.
Se una popolazione cresce, (tenendo costante o riducendo l’età mediana), e viene correttamente impiegata nel sistema produttivo, tramite formazione necessaria ed adeguata, se le tecnologie a cui si fa ricorso sono sufficienti per competere sullo scenario internazionale , allora vi potrà essere la crescita. Esiste, però, una sequenzialità necessaria che lega le persone alle tecnologie per cui gli individui, se sono poco formati, non sono in grado di comprendere l’impiego di quest’ultime, se sono troppo anziani, non possiedono la plasticità necessaria ad apprendere rapidamente.

In questi casi la qualità e la conseguente utilità derivanti dal ricorso alle risorse tecnologiche vanno scemando.L’italia, ad esempio, non cresce in termini di produttività in quanto non riesce a capire e/o impiegare le nuove tecnologie perché la popolazione sta diventando sempre più anziana e la qualità del sistema formativo, non idoneamente incentivato, non è adeguata e/o non produce un numero sufficiente di individui debitamente formati. In questo modo il nostro Paese non riesce ad aumentare la propria velocità e a mantenere la stessa andatura delle altre nazioni. E’ un circolo vizioso: gli stipendi sono bassi a parità di potere d’acquisto, quindi le persone sono poco incentivate a formarsi e/o chi è altamente formato è attratto da paesi terzi. In sintesi, non riusciamo a crescere per questo motivo: la complessità cognitiva. I processi produttivi fanno sempre più ricorso ad un massiccio uso della digitalizzazione e dell’automazione e, per poter capire e, quindi, interagire con queste nuove tecnologie, che sostituiranno presto la manodopera a basso costo, sono necessarie capacità di apprendimento che non sono proprie di una popolazione sempre più anziana. La Cina è perfettamente a conoscenza di questa situazione al punto tale che sta formando massivamente la popolazione sin dalle scuole elementari.

Gli Italiani, invece, non sono in grado di riconvertirsi per svolgere quei lavori di cui, attualmente, v’è una grande richiesta, rischiando, in tal modo, un altissimo tasso di disoccupazione, una corsa verso sussidi che finiranno per aumentare le tasse (debito pubblico = tasse maggiori in futuro) e di disincentivare, ulteriormente, i talenti a rimanere in Italia. In poche parole la situazione tende ad aggravarsi in maniera esponenziale.

C’è dunque una soluzione a questo problema? In realtà sì e la soluzione si chiama Universal Basic Income, su cui personalmente, per il momento, non sono d’accordo. Un reddito universale di base in un mondo sempre più automatizzato e sempre meno costoso. Non sono d’accordo per un semplice motivo: non siamo ancora arrivati allo stato della Artificial General Intelligence ovvero di un’Intelligenza Artificiale perfettamente in grado di replicare e/o superare l’Intelligenza Umana e, dunque, di sostituire tutti i lavori attuali.Uno scenario di tal fatta merita, da parte dello Stato, un impegno costante al fine di studiarne e comprenderne gli aspetti più reconditi per prevedere verso quale decade (ad esempio 2050-2070) inizierà a manifestarsi questo rischio collettivo.

Nel contempo sarebbe opportuno incominciare a ragionare sulla scelta a favore di un reddito passivo collettivo piuttosto che individuale.Bisognerebbe, in funzione della decade di maggior rischio, creare un fondo automazione che garantisca flussi di cassa (provenienti da aziende automatizzate) che vadano a sostenere la popolazione.Prima di quel periodo, un UBI (Universal Basic Income) non sarebbe necessario e dovrebbe essere sostituito da un “Reddito di Formazione” per cui si è pagati per provare a formarsi per le competenze necessarie in modo da rendere il più possibile autosufficente la popolazione.Inoltre, per tutti quei lavori per i quali si prospetta un’ elevata richiesta, sarà necessario offrire un salario lordo tassato allo 0%, ed instradare, con risorse e percorsi adeguati, i ragazzi, che frequentano le scuole superiori, verso l’apprendimento di quello che è utile, al fine di aumentare sia la produttività industriale sia la tassazione in relazione agli aumenti effettivi di produttività.

Questa non è un’opzione ma una via necessaria, perché i lavori a bassa complessità cognitiva saranno sempre più facili da automatizzare e sostituire. Il rischio è una consistente disoccupazione giovanile ovvero proprio di coloro che sono la nostra unica fonte di speranza utile a creare una classe demografica in grado di apprendere i cambiamenti tecnologici dei prossimi anni che potrebbero stravolgere molto rapidamente le fondamenta delle industrie nazionali.