L’uomo nero sembra ormai deciso ad abbandonare le amate sponde, la scia di morte che lascia dietro di sé va sempre di più assottigliandosi.
Non si può non essere contenti ma, come vado scrivendo da diverse settimane, è quanto mai necessario far tesoro di tutto quello che l’emergenza pandemica, pur nella sua somma tragicità, ci ha lasciato di buono. A tal proposito abbiamo parlato di lavoro agile, meglio conosciuto come smart working, di economia circolare ed arancione, di urbanistica ed altro. Non è un caso, però, che il primo pensiero in pillola fosse dedicato alla cultura e, quindi, all’importanza della scuola e, in particolare, dell’università.
La riflessione odierna è strettamente collegata a quest’ultima in quanto è notizia di queste ore che il governo, nel decreto Rilancio, abbia intenzione di investire una cospicua somma di denaro pubblico per la ricerca.
Questo significa più soldi per gli atenei e gli istituti che dedicano la propria esistenza al progresso del genere umano il cui sviluppo può avvenire solo ed esclusivamente attraverso l’attività di ricerca.
Quest’ultima, però, per poter esprimere al meglio le proprie capacità benefiche deve sfociare nell’innovazione che, per molto tempo, ha vissuto nell’ombra o, per meglio dire, all’ombra della ricerca. In buona sostanza ciò che ai molti sfuggiva era l’aspetto finale della questione e cioè che l’attività di studio produce i propri frutti se è in grado di innovare lo stato preesistente delle cose, altrimenti è come pestar acqua in un mortaio.
V’è, ormai, una consapevolezza universalmente condivisa secondo la quale il volano dell’economia moderna è rappresentato dall’innovazione.
In Italia, però, esiste da sempre una granitica tradizione in base alla quale ciò che è valido in tutto il mondo stenta o, addirittura, non trova accoglimento in patria ed è ciò che è puntualmente accaduto anche a proposito dell’innovazione.
Da venti anni a questa parte nel Belpaese si è provveduto a diminuire costantemente gli stanziamenti a favore della ricerca che, fra l’altro, sarebbe dovuta essere sviluppata dal settore privato in virtù del dogma per cui è il mercato ad offrire le migliori occasioni per innovare.
La storia insegna ben altro e cioè che lo Stato ha sempre provveduto a finanziare il settore della ricerca e spesso e volentieri è stato esso stesso promotore, con proprie strutture, degli sviluppi del settore dell’innovazione. A tal proposito è bastevole por mente ad alcuni esempi come internet, nato in ambito militare con il nome di arpanet, o come l’avionica il cui progresso è determinato dalle ricerche sviluppate anch’esse nel settore militare. Gli esempi potrebbero proseguire ben oltre ma, purtroppo, sembra che nel nostro paese ci sia, da quasi 25 anni, un deficit di conoscenza storica che si accompagna ad un perduto innamoramento per il libero mercato e le capacità taumaturgiche dello stesso.
Grazie all’uomo nero sembra che qualche cosa stia cambiando tant’è vero che il governo, come già accennato, ha stanziato una cospicua somma per la ricerca. Ci volevano decine di migliaia di morti ed un disastro economico per far capire a chi ci governa che l’innovazione ha bisogno dell’intervento pubblico. La speranza è che queste risorse finanziare vengano destinate a ciò di cui si ha effettivamente bisogno come, ad esempio, la robotica alla quale è collegato un problema di non lieve momento: la disoccupazione di milioni di persone non in grado di far fronte ad esigenze lavorative altamente qualificate. Sarebbe ora che si rivedessero i piani di studio e si incominciasse a programmare formazione per accogliere nel migliore dei modi l’imminente arrivo di un mondo dove la cybernetica la fa da padrone. La ricerca e la conseguente innovazione servono anche a questo e cioè a trovare soluzioni per evitare l’incremento della povertà derivante dall’incapacità dell’offerta lavorativa di far fronte ad una domanda che richiede sempre maggiori expertise.
Inoltre investire in ricerca rappresenterebbe un freno per l’emorragia di “cervelli” che affligge il nostro paese ormai da anni. Finalmente giovani brillanti e motivati non dovrebbero più emigrare e potrebbero continuare a lavorare in Italia dando vita ad un circolo virtuoso di risorse intellettualmente valide in grado di creare quei poli di eccellenza ancora molto scarsi nel nostro paese.
In questo modo si potrebbe costruire un costante dialogo fra imprese e centri di ricerca in tutto il territorio nazionale, rendendo ciò che attualmente è sporadico una prassi costante e diffusa a tutto vantaggio, innanzitutto, del meridione d’Italia da cui i giovani emigrano al pari dei loro antenati di inizio XX secolo.
L’innovazione è l’occasione per poter ripartire ed imboccare, una volta per tutte, la strada che consentirebbe al Belpaese di vivere 10voltemeglio.