Ormai viviamo in un mondo globale, avvolti in una rete che si alimenta sui nostri smartphone e pc attraverso le chat, i blog, i forum ed è attraverso questi canali che hanno trovato sfogo i sentimenti di odio razziale, politico, i comportamenti offensivi verso le altre persone, generando un nuovo concetto di hate speech.

L’odio on line rappresenta un problema giuridico molto complesso da affrontare e risolvere, perché se è pur vero che il nostro ordinamento ha norme precise per difendersi dal reato di diffamazione, la tecnologia ha una velocità molto superiore all’evolversi del diritto.

La giurisprudenza comunque si sta adeguando a queste nuove esigenze, statuendo che i social e le chat sono equiparate a luoghi pubblici, anche se il diritto alla difesa delle vittime spesso diventa un percorso tortuoso, soprattutto perché i gestori dei servizi on line sono sempre aziende estere.

Molte denunzie non hanno seguito in tribunale, in quanto archiviate per mere ragioni processuali, in quanto non è sufficiente un semplice screenshot per denunziare un crimine di odio sui social, perché affinché l’immagine abbia valore legale e diviene prova in un giudizio, è necessario ricorrere a tecniche di ‘cristallizzazione della prova’ che preservino da possibili alterazioni con Photoshop. Nel 2016, la Commissione europea e i più grandi gestori dell’informatica (Facebook, Microsoft, Twitter e YouTube) hanno sottoscritto e adottato un codice di condotta per contrastare l’illecito incitamento all’odio on-line, la cui applicazione ha portato i primi risultati positivi.

Obiettivo dell’Unione Europea, Stati membri, social media e altre piattaforme è condividere tutti la responsabilità collettiva di promuovere e favorire la libertà di espressione nel mondo online e allo stesso tempo, vigilare che Internet non diventi un ricettacolo di violenza e odio liberamente accessibile. Siamo di fronte ad una nuova tipo di patologia che alcuni definiscono abuso di libertà, aggravata anche dalla circostanza che spesso, ma non sempre, il profilo da cui partono gli attacchi non è anonimo, e questo induce a ritenere che chi abusa della sua libertà ritiene, nella propria sub cultura, che offendere e denigrare qualcuno sui social sia un titolo di merito nella comunità virtuale di appartenenza.

Sui social le offese, le ingiurie, la protesta riscuotono like, cuoricini, emoticon sorridenti e commenti di approvazione, molto più di commenti di approvazione.Stabilire un obbligo di identificazione di chi usa una piattaforma a mezzo di documento d’identità non è sufficiente a risolvere il problema dell’odio online, in quanto i “leoni della tastiera” che raccontando, offendono e ingiuriano, hanno un profilo social con nome e cognome reali e tanto di foto.

Questa nuova patologia non può essere curata soltanto con la repressione, ma attraverso educazione, cultura, dialogo, che possono contribuire alla ricerca di una soluzione che non bandirà il fenomeno dell’odio – razzista e non – dal web, ma lo arginerà e lo confinerà, si spera, ai margini della società.